Don’t tell me that it’s over

Ieri andai a vedere questa bella donna qui.

Dicesi Amy MacDonald, cantante scozzese venuta alla ribalta l’anno scorso con This is The Life,  che mi fa venire in mente me che l’ascoltavo tornando sullo Stansted Express dopo colloquio Londinese in seguito al quale, esattamente un anno fa, ottenni risposta positiva, e cioè che Londra mi amava.

Lei si esibì ieri a La Cigale di Parigi, un amabile loco tra Pigalle e Anvers piccolo e delizioso tipo un teatro con poltroncine rosse e balconate, ove io mi sistemai con la mia amichetta inglese chiamata Keri. Tutto era fin troppo anglosassone per essere parigino, ma d’altra parte l’anglosassinismo (o anglosassonità?) sembra una costante di tutto questo periodo in realtà passato en France.

C’est la vie, o meglio, this is the life, come diceva Amy MacDonald nella terza canzone interpretata ieri sera, dopo essere arrivata sul palco con un opinabile vestitino sbarluscicante e calze nere, ma sfoderando una voce all’altezza della situazione che prontamente facevo sentire a Stivo durante la telefonata di rito.

Piccolo grande neo di questo concerto, Amy, per sua stessa ammissione proclamata in accento scozzese a dir poco discutibile (nonchè a tratti incomprensibile), non voleva molto bene a noialtri spettatori in quanto suddivideva il concerto in questo modo: solo tre canzoni del vecchio album (insieme alla hit This is the Life, Run e Mr. Rock and Roll) e tutte le altre dal nuovo album che esce l’8 marzo, e che dunque nessuno conosceva.

Comunque, promossa la piccola donnina che regalava - con una voce da nuova Dolores O’Riordan - atmosfere celtiche a una serata che, d’altra parte, mi aveva già offerto una crepe salée considerevole.

Nonchè, in apertura c’era questo suo nuovo singolo che ben si adatta all’atmosfera da chiusura di Erasmus Parigino che sta per finire (proprio come tutto il resto, aggiungerebbero gli Afterhours).

And I wanna see what it’s all about
And I wanna live, wanna give something back
Don’t tell me that it’s over
It’s only just begun
Don’t tell me that it’s over

Don’t tell me is over.

Gnam.

Stay Tuned

Baciami Ancora, Up in The Air

Bella, dopo un weekend tra le cene a base di bourguignonne a Montmartre e un derby di Milano più che discutibile visto (per poco più di metà) in un pub di Rue Mouffetard, possiamo parlare di cose che esulino dal fatto che mi trovi agli sgoccioli di un Erasmus Parigino che durerà ancora solo cinque settimane.

Singolare il fatto di definire “agli sgoccioli” un soggiorno all’estero che durerà ancora cinque settimane.

Non sono le persone che cambiano. Sono le proporzioni, del tempo e dello spazio.

Comunque.

Curiosità di vedere due film.

Il primo, Baciami Ancora di Muccino. Quasi dieci anni dopo L’Ultimo Bacio, Muccino contraddice sapientemente e quasi violentemente il titolo del primo film e ripresenta la stessa sfilza di begli uomini (Accorsi! [Love!] Santamaria! [Love!] Favino! [Love!] Pasotti! Cocci! ) alle prese con i problemi dei quarantenni, laddove un tempo c’erano stati i problemi dei trentenni (e Martina Stella era uno di essi). In realtà quando ero adolescente amavo senza ritegno i film di Muccino, scadutomi con le velleità buoniste de La Ricerca della Felicità (non vidi Sette Anime, mi dissero che era peggio). Sono dunque curiosa di vedere questo film, anche se ahimè temo che in Francia non esca, e di dover quindi aspettare il rimpatrio per vedere quello che invece mi deluderà perchè sarà la solita accozzaglia di luoghi comuni e crisi da psichi in salsa italica. Da vedere con Killer al Metropol come ai tempi de L’Ultimo Bacio, per ricordare che anche noi abbiamo tristemente dieci anni di più ma che ogni nostra cosa definita come ultima non è mai stata ultima. Tra l’altro non sono sicura che quando vedemmo L’Ultimo Bacio esistesse già il Cinema alle Torri Bianche. Attesa spasmodica per commento di Killer che demolirà quel film e, di conseguenza, rifiuterà di andare al cinema demolendo, per sicurezza, anche il film in uscita. Nelle sale italiane il 29 gennaio, canzone di Jovanotti a rimpiazzare un’indimenticata (?) Carmen Consoli, grande assente Giovanna Mezzogiorno. C’è qualcuno per cui L’Ultimo Bacio fu l’ ultimo davvero. Rimpiazzata nel cuore di Accorsi da Laetitia Casta, e nel cast da Vittoria Puccini fu Elisa di Rivombrosa. Vabbè.

Il secondo, che probabilmente vedrò per primo, Up in The Air (Tra le Nuvole per voialtri) di Jason Raitman. La locandina ricorda incredibilmente una foto che mi fece Gigi davanti ai vetri del gate D07 di Malpensa in quel caro giorno in cui partimmo per Berlino. Ma non si tratta di me, bensì di un altro bell’uomo, il comasco d’adozione George Clooney, qui impegnato nella parte di quello che viaggia sempre sempre sempre e quindi non ha una vita affettiva. Cosa deciderà di fare quando troverà l’amore lo scoprirò dopo il 10 febbraio, data dell’ uscita del film in Francia.

Io credo che si fermerà.

La violenza della stabilità è un modo di morire a metà?

Per Manuel Agnelli lo era, per il resto fate voi.

Un Bacio Sporco, Baciami Ancora.

Chiedo scusa a chi non ascolta gli Afterhours, ma questa era troppo bella.

Stay Tuned

GLEE

Una nuova grande perla suggerita da Charles:

La nuova americanata con cui ho passato il mio tempo libero: GLEE.

Ryan Murphy, già creatore di Nip/Tuck, ha pensato di regalarci questo telefilm, che nulla ha a che fare con il precedente. Anzi oserei dire che ricorda molto di più Ugly Betty. Glee narra le pacchianissime vicende del Glee Club (in pratica, il coro) di un liceo di Lima, Ohio. I protagonisti sono il più vasto campionario di stereotipi della sfiga, e vengono regolarmente colpiti con delle granite in faccia nei corridoi. So (e spero che vi sarà difficile immaginarmi come…) che questa descrizione non rende molto allettante Glee, ma la cosa bella in realtà è proprio la pacchianaggine pura dei personaggi-stereotipo, sui quali nulla si può svelare perchè dovrete scoprire da voi se avrete il coraggio (?) di vedere il pilot (già andato in onda anche in Italiano - fino alla 13 in inglese, ora in pausa, ripresa ad Aprile).

Oddio, in realtà non è vero. La cosa più bella sono le canzoni. Con il fatto che questo manipolo di sfighez sono appunto un coro da musical, in ogni episodio c’è almeno una canzone da loro re-interpretata. Si va da grandi classici a canzoni RNB degli ultimi anni (Rhianna, Destiny’s Child & co.). All’interno di un’operazione commerciale evidentemente ben realizzata, dopo ogni episodio i singoli reinterpretati dal cast di Glee appaiono su Itunes. Oh, sono adorabili, e poi io non so resistere a queste cose dal momento che in realtà a me piacciono tipo gli ABBA e film come Tutti Insieme Appassionatamente in cui non si sa perchè in certi punti i personaggi smettono di parlare e cantano e ballano.

Lessi che Murphy non ha fatto un casting per scegliere gli attori, li ha scelti andando a vedere i musical e prendendo quelli che lo ispiravano di più. Ci sono poi gli attori “non cantanti”, tra i quali riconosciamo una coi capelli rossi che fu la tipa del tipo che piaceva ad Ugly Betty, e Nina la pazza isterica di Nip/Tuck. Ma la migliore è la “cattiva” Sue Sylvester, l’allenatrice delle cheerleaders Cheerios, che ce la mette tutta per mettere i bastoni tra le ruote agli antieroi del Glee.

Boh insomma sicuramente avrete storto il naso dopo questa descrizione e anche io lo feci all’inizio ma intanto adesso sto ascoltando la soundtrack a ripetizione, quindi poi quando vi troverete anche voi a fare il tifo per i “New Directions” nella puntata del concorso di musica ne riparliamo.

Siamo tutti Lima Losers.

Don’t stop believing (nella versione del Glee Cast) a tutti.

Stay Tuned

Avatar

Ho visto Avatar.

Avatar, con l’accento sulla prima A, sulla seconda in una pronuncia da noi inventata ai tempi in cui MSN entrò nelle nostre case, sulla terza nel paese in cui mi trovo e dove il film è uscito il 16 dicembre, un mese prima che in Italia.

L’ho visto in 3D perchè, effettivamente, di vederlo “normalmente” non ne vale la pena. L’ ho visto in inglese sottotitolato in francese per essere sicura (?) di non perdermi alcuna parola dei suoi pregnanti (?) dialoghi.

James Cameron si è proprio impegnato, in questi quindici anni, per regalarci una storia che di nuovo non ha niente. La storia del “bianco”, in questo caso “umano”, che parte nella spedizione per la conquista della terra selvaggia e inesplorata ma portatrice di ricchezze (in questo caso un minerale super prezioso) e per fare ciò è disposto a scontrarsi con quelli che una volta furono gli indiani pellerossa e ora sono gli alieni (fresco)blu. Una storia che ci avevano già raccontato in Balla coi Lupi e persino in Pocahontas. Incluso quel piccolo dettaglio che vuole che il nostro eroe s’innamori della principessa della tribù degli indigeni.

James Cameron cerca anche di farci capire che il protagonista si innamora assai anche della vita “selvaggia” ma più sana che i locali conducono in mezzo alla natura su Pandora, a differenza di ciò che fanno i poveri umani meschini che hanno divorato la Terra. E lo fa con un film che sublima la tecnologia e il progresso, cioè quello a cui in teoria la “morale” del film va contro (se era un film con la morale).

Ma va bene così, visto che se non ci fossero le teste di creature opinabili a sbucare dallo schermo grazie agli occhiali 3D che fanno sembrare tutto il pubblico una massa di deficienti, di questo film si ricorderebbe ben poco. Addirittura, ci sono alcune mosse spavalde a rimarcare che il bello del film è proprio questo: scene di profondità dimensionale gratuita regalate quando un tizio inutile gioca al “minigolf da interni” mandando la pallina verso il pubblico e dicendo, rivolto a un altro personaggio e ovviamente per un altro motivo “hai la testa dentro lo schermo praticamente”. In realtà sembra che stia parlando con noialtri pubblico pagante, vantandosi e auto-compiacendosi mentre la pallina va in buca a un dieci centimetri dalla nostra faccia.

Visto un cast di ben poco rilievo a parte Sigourney Weaver, direi di andarlo a vedere se non altro per “l’esperienza”, che ho avuto la fortuna di vivere in modo più affascinante in quanto fatta in un cinema a due passi da Opéra. Con tanto di lite finale tra la maschera e un tizio che non aveva restituito gli occhiali 3D. E’ sempre bello uscire dal cinema e vedere Parigi, anziché vedere il parcheggio delle Torri Bianche, ma so che questo potrà accadere ancora per poco.

Tendenzialmente tutti tendono a ripetersi, non solo negli errori ma anche nei capolavori (o presunti tali), e ciò è confermato dal fatto che James Cameron abbia rifatto un Titanic. Tre ore di film in cui un’ ora e mezza si perde, senza la stessa brillantezza di Titanic, nella scoperta, da parte del protagonista, del “nuovo mondo”, da dentro la pelle blu del suo avatar (l’alieno di cui prende le sembianze per sopravvivere sul pianeta Pandora) e nella nascita della storia d’amore fra lui e la sua “bella”. La seconda ora e mezza del film è, come fu per Titanic, il prendere vita di una tragedia annunciata. Là dove furono onde e acqua gelida a creare morte e distruzione, ora ci sono armi, mitra ed elicotteri, e la cattiveria sfrenata non è quella del ghiaccio e del mare, ma quella del fuoco e della forza bruta di un uomo che in Titanic si credeva superiore alla natura (”Non affonderà mai!”) e qui anche, più o meno allo stesso modo, ma finisce poi per perdere.

Del protagonista di Titanic, il protagonista di Avatar conserva anche il nome: Jack. E come il Jack Dawson dei tempi, questo Jack Sully ha una caratteristica che lo rende sfigato e inadatto, in un primo momento. Il Jack che fu interpretato dall’indimenticato e indimenticabile Leonardo Di Caprio era un povero mentecatto capitato sul Titanic e nel mondo chich della prima classe per caso, il Jack che ora è interpretato da Sam Worthington è un ex marine paralizzato dalla vita in giù capitato su Pandora per caso in quanto l’unico in grado di poter utilizzare, per ragioni di DNA, l’avatar preparato per il fratello poi defunto. Ma, francamente, per quanto possano essere dolci gli sguardi “alieni” tra i personaggi blu, e per quanto possano essere drammatiche le scene della seconda parte del film, sapete cosa rimpiango?

E Kate Winslet e Leo che correvano con l’acqua alle ginocchia nei corridoi della Terza Classe.

Lo vidi a Sesto San Giovanni, era il 1998.

Il millenovecentonovantotto.

My heart will go on.

And on.

Stay Tuned.

Somewhere Only We Know

Ho trovato la canzone del film que nous avons vu hier.

Oh, simple thing, where have you gone?
I’m getting old and I need something to rely on
So tell me when, you’re gonna let me in
I’m getting tired and I need somewhere to begin

And if you have a minute why don’t we go
Talk about it somewhere only we know?
This could be the end of everything
So why don’t we go, somewhere only we know
Somewhere only we know?

Somewhere Only We Know - Keane

Stay Tuned

I Giorni della Nebbia (III)

Ritorni provvisori nelle Nebbie Brianzole. Come la sera di Capodanno in cui fuori non si vedeva nulla. Come l’ incertezza negli occhi un po’ felici un po’ malinconici dei laureati sotto la neve di Bovisa del 22 di dicembre. Come le andate e i ritorni verso paesi come: Villasanta, Vimercate, Arcore, Concorezzo, Osnago, Busnago, Trezzo sull’Adda. Che facevano venire in mente quelle serate in cui si andava a: l’ Hemingway, il Novecento, Da Peppo a Nava frazione di Colle Brianza, L’Expo Cafè di Carate Brianza, Il Cappellaio Matto, il MilanoLondra. La fermata della metro di Piccadilly Circus con l’adesivo Brianza Pride.

Quando tornai da Parigi, la neve mi accolse, vidi, in pochi giorni, neve in Place de la Concorde, Paris, neve a Porta Romana, Milano, neve a Seefeld in Tirol, Austria, il giorno di Natale. E poi con il 2010 venne la nebbia, che è un po’ una parte integrante dell’essere brianzolo.

Tempo fa scrivevo articoli come questo, in cui lui e lei avanzavano in macchina nella nebbia, e lei diceva vado piano, perchè non vedo niente, avanti e lui stava zitto e guardava fuori dal finestrino. Poi lei diceva torniamo a casa e lui diceva no. Allora lei diceva perchè e lui diceva perchè tu vuoi tornare? E lei diceva perchè davanti a me non vedo niente, invece se torno indietro la so, la strada. Lui diceva non si devono mai fare le strade all’indietro.

E lei diceva: Quando guardi i film vecchi pensi che sono più belli, e che non ci saranno più film così. Quando ascolti le canzoni vecchie, pensi che sono più belle, e che non ci saranno più canzoni così. Quando penso alla strada, dietro, penso che noi non saremo più così.

Lui non rispondeva, guardava fuori dal finestrino e poi diceva: Forse, fino alla prossima scena uguale: due persone una di fronte all’ altra, le sigarette poggiate sul tavolo.

 

 

Era un articolo da Greatest Hits.

 

Dedica agli storici amici “degli anni zero”, quelli che tutte le volte riescono sempre a farmi sentire a casa. E a tutte le volte che siamo riusciti a trovare la strada anche nella nebbia.

 

Forse un giorno scopriremo che non ci siamo mai perduti,

E che tutta quella tristezza in realtà non è mai esistita.

 

I migliori anni della nostra vita?

 

Stringimi forte, che nessuna notte è infinita, tipo.

 

 

Stay Tuned

No More Gaga - We’re plastic but we still have fun!

“Non lo so, una situazione di vita comune tipo NO MORE GAGA…..”

Questa frase, più o meno, chiudeva il nostro Capodanno, e adesso non ve la sto tanto qui a spiegare. Comunque, era come se lei fosse lì. Definita da tutti la vera Pop Star del 2009, Lady Gaga, o GaGa che dir si voglia, è stata protagonista indiscussa anche del nostro veglione, contornato da hit quali Bad Romance (che ho addirittura comprato su Itunes) e Paparazzi. Tant’è che quando hanno fatto i video su MTV ci siamo pure tutti fermati e siamo stati in religioso silenzio a guardarli, per non perderci neanche un minimo dettaglio. Tipo, per esempio.

Quando inizia la canzone lei stessa si tira indietro perchè si spaventa.

Ladi GaGa nacque Stefani (con la i) Joanne Angelina Germanotta nel 1986 (…) e crebbe nell’ Upper West Side di Manhattan, studiando piano classico e lavorando con il maestro di canto di Christina Aguilera. Suo padre era un ex musicista e non le parlò per sei mesi quando lei, finito il liceo, iniziò a cantare mezza biòta nelle bettole newyorkesi appena finito il college. Un passaggio molto squallor della sua vita, insieme agli anni passati in un miniappartamento del Lower East Side, poco più tardi.

Poi uscirono The Fame e The Fame Monster (In teoria perchè la fama ti divora, in pratica perchè lei è un mostro, tipo), arrivarono Po Po Po Poker Face, Papa Papa Razzi, e la mia preferita, Roma Roma Ma, GaGa Ullalah, e il resto è storia, più o meno. Ieri ho visto lo speciale su “DjTV ex All Music” e lei ha raccontato che ha scritto Bad Romance mentre era in macchina attraversando la Norvegia dopo aver suonato a un party privato con dei mafiosi russi. Che furbizia chi l’ ha inventata, questa bamboccia plasticosa che sa di chewing gum, con un look dove niente è lasciato al caso e una reputazione da bomba sexy nonostante un naso inguardabile!

Perchè amiamo tanto questa donna, (donna?) che ha dichiarato che il proprio disco potrebbe intitolarsi “L’ ispirazione per il cattivo gusto?”. Fondamentalmente, proprio per questo. Lei è performer, come dice Fra, non va mai in giro sciatta neanche quando va a fare la spesa, ha sempre delle tute di latex e delle stelline pitturate in faccia (nonostante i “deliziosi primi piani pathetic chic” dell’ultimo video). E’ oggettivamente brutta, e c’è chi dice che sia un uomo, un po’ per la voce un po’ per l’aspetto, che ricorda, a tratti, il suo amico Marylin Manson, e va in giro cantando ‘Cause I’m a free bi**h, baby! Cioè, è l’apoteosi del trash.

Ma è un personaggio, prima di essere una persona, ed incarna molto bene il concetto più volte da me espresso come pacchianità, pura, semplice, e tipicamente americana. Finiamola di arricciare il naso e ammettiamo che Lady GaGa, come un sacco di altre americanate, ci piace: Thank You America!

E poi, la sua stessa essenza non sarà moralmente irreprensibile, però, secondo me, lei si diverte tantissimo.

E ci fa divertire. Amo questa donna!

Stay Tuned.

2010

Ra Ra Ra Ah Ah Ah

Roma Roma Ma

GaGa Oh LaLa

Want Your Bad Romance.

Chi c’era sa!

Auguri a tutti…. 2010, maròòòòò!!

Stay Tuned

Cambia il Tempo.

Luglio, 24. Sono passati tre anni da esame di ingegneria del Software dato nel caldo, in prima fila, al secondo anno di università, pochi giorni prima di partire per le stesse isole su cui sono adesso. In verità, poco prima di partire per vedere i Placebo in Francia. Plasebò.

Sembra che di anni ne siano passati almeno 20, da allora.

Sono a metà di questo mio soggiorno londinese e, rammaricata con coloro che effettueranno il gran carnevale di visite che ha avuto inizio questa settimana e proseguirà ancora per tre settimane, vi avviso che qui dicono che summer is over. O meglio summah is ovah…

Sono due anni che non faccio estate, in Brasile era inverno e qui è ottobre, tipo. Ma non mi mancano le estati in Costa Azzurra. Non sono il tipo a cui manca l’estate, non lo sono mai stata. Ho sempre avuto un’anima più da inverno.

Tendenzialmente, con quest’ abitudine a stare sempre da sola, per certi versi sto anche peggiorando. Non dimentichiamoci che la Gran Bretagna è un’ isola.

In un giorno qui si possono alternare per più di cinque volte il sole e la pioggia, e una pioggia da diluvio. Londra, la città dove bisogna sempre portare sia l’ ombrello che gli occhiali da sole. Dove non sai mai che tempo fa nè che tempo farà nel giro dei prossimi dieci minuti. Come direbbe la gente su Facebook : “I like it”. E’ un po’ come me.

Questa Paternoster Square così bella dove sto lasciando un pezzo di cuore e quest’ inquadratura iniziale di Harry Potter con Saint Paul Cathedral e io che stavolta nel cinema pensavo “Dove lavoro io, troppo…”, perchè è ormai il posto che vedo più spesso nella mia vita. Ma lo sarà ancora per lo stesso tempo che ho già passato qui.

E per lo stesso tempo che ho già passato qui, ancora guarderò da quelle vetrate dell’ufficio attraverso le quali oggi ho visto un uomo appeso fuori, mentre puliva il vetro, e penserò:

“Sta cambiando il tempo”.

E già non mi ricordo com’era, o meglio, com’ero, prima che arrivassi qui. Quando ancora tutto aveva solo la forma di uno scherzo.

Sono diversi i motivi per cui non voglio tornare. Li conosco, ma non li vedo attraverso il vetro.

Per ora vedo solo la City, e vedo che cambia il tempo.

Stay Tuned.

Placebo Live @Roundhouse London

Tutto cominciò quando pochi giorni prima di partire per l’Inghilterra scoprii che anche i Placebo avrebbero partecipato all’ ItunesMusic Festival 2009 a Londra, manifestazione durante la quale diversi gruppi, anche molto famosi come gli Oasis e i Franz Ferdinand (già visti quest’ anno a Milano, come ben sapete) si sarebbero alternati sul palco del Roundhouse (tra Camden Town e Chalk Farm, sulla Northern Line) tra il primo e il 31 luglio. Ovviamente io ero già fan della magica pagina di Facebook dalla quale si poteva applicare per vincere i biglietti, e non appena ho visto che i Placebo si sarebbero esibiti il giorno dopo il mio compleanno, ho fatto domanda, pressochè sicura, vista la mia fortuna sfacciata e un destino che è sempre mio complice in questi giochini ciclici, che avrei vinto i biglietti per andarli a vedere.

Così fu.

Martedì, uscita dall’ ufficio, con la mia collega Sarah mi recai sotto la pioggia al Roundhouse, mentre in metropolitana lei scriveva su un foglietto dei posti fichi in cui andare a bere.  Arrivammo che non pioveva più, entrammo senza problemi (nonostante il mio timore dovuto al fatto che potessero in realtà partecipare al concorso solo i “residenti nel Regno Unito”) e, dopo una birra all’aperto durante la quale Sarah mi faceva notare la pacchianità di alcuni personaggi tipicamente da Camden (come Ale mi aveva detto), entrammo e ci avvicinammo al palco, dove si esibiva lo sconosciuto gruppo di supporto, i General Fiasco. Sarah mi disse che lei non li capiva mentre cantavano perchè avevano forte accento irlandese. E se non li capiva lei…

I General Fiasco, come nella miglior tradizione delle band inutili, regalarono spillette con scritto “Let’s get wasted” e, scopiazzando i Glasvegas, gli Artic Monkeys e lo stile brit pop, lasciarono il palco ma non lasciarono traccia.

Poco dopo su quel palco arrivarono Brian Molko, con gilet, camicia bianca, e capelli legati, Stefan Olsdal altissimo con una canottiera argentata, e la new entry Steve Forrest, vestito di tatuaggi, che Sarah non esitò a definire “quite hot”. Confermo.

Apertura identica all’apertura dell’ album nuovo, Kitty Litter per prima, mentre a me veniva in mente la macchina di Killer che correva un mese esatto fa verso il Politecnico mentre cantavamo I need a change of skin. Seconda Ashtray Heart, con il pubblico che si divertiva a cantare Cenicero, Cenicero… Io ovviamente a quel punto ero già pazza e cantavo a leap of faith I could not take, a promise that I could not make ma soprattutto alla fine mi è venuta ancora in mente la macchina di Killer quando c’era “la parte porno”:

I tore the muscle from your chest
And used it to stub out cigarettes
I listened to your screams of pleasure
And I watch the bedsheets turn blood red

Ua…

Seguiva Battle for the Sun e qui apice perchè è risaputo che Dream Brother, My Killer, My Lover, siamo lo Stivo, la Dottoressa Killer ed io (per chi non l’avesse capito, io sono Lover). Allora tentai di chiamare lo Stivo per fargli sentire il ritornello ma quel babu non mi rispose. I am the bones you couldn’t break….. In compenso, mi fece uno squillo dopo e potei richiamarlo per fagli sentire la hit number four: for what it’s worth, che per alcuni è la preferita, a me sinceramente musicalmente non piace tanto, ma il testo ci sta. Oddio, c’è una canzone in questo cd dove il testo non mi si addica? End of The Century, I said my goodbyes…. Got no friends, got no lover.

Dopo quest’ apertura pazza, arrivava una retrospettiva sul passato con Sleeping with ghosts, cosa che mi faceva assai sorridere in quanto avevo appena usato la frase soulmate never die su Face, e per un articolo bellissimo sul mio compleanno che non ho postato mai.

Arrivava poi  Speak in Tongues, una delle prime canzoni che lo Stivo mi citò, dopo aver ascoltato l’ album, dicendo che mi si addiceva. Se non altro per Kitty came back home from on the island, but Kitty came on home without a name. Ma soprattutto a questo punto sorge spontaneo chiedersi chi sia Kitty. She and me is history of violence, but… 

Don’t give in to yesterday direi. We can build a new tomorrow today, tipo.

A furor di popolo (?) seguiva Follow the Cops Back Home, proprio come sulla scaletta di Sheffield che mi aveva fatto vedere lo Stivo. Versione che non mi è piaciuta molto a dire il vero, la fanno diversa da come è sul cd e da come la facevano nel tour di Meds. Ciò non mi ha impedito di dire “Uaaaa” all’ inizio. Sarah mi ha chiesto “Your favourite“? In realtà, oggettivamente non è mai stata una delle loro canzoni più belle. Soggettivamente, però, è sempre Cows back home, alla fine.

Eppoi, vabbè, Every me every you.

Pensavo che il tutto finisse lì, in quanto era un concerto gratis.

E invece no. Special Needs. Remember me…

Dopo queste tre perle che risvegliavano il mio cuoricino cenicero,  si tornava all’ album nuovo, con Devil in details. Come back to haunt me, come what may… Si può dire che ormai avessi perso la voce ma pensai comunque alla Cla quando ci fu Never ending why, forse la prima di questo Cd che mi aveva colpito e sicuramente la prima che avevo citato sulla StanzaBianca. Sugli schermi scorrevano immagini del Body in the Lake.

E poi eccola, la canzone che incalza pericolosamente Cops back home nella classifica delle più  ascoltate del mio Itunes: Happy you’re gone. E anche qui sono partiti flashback su quello che io ero, ovvero un pulcino non ancora anoressico (adesso, come un anno fa a quest’ ora, sì… grazie per la definizione a chi di dovere) che andava avanti e indrè tra Leonardo e Bovisa (vi rendete conto che nella mia vita c’è stata la Bovisa? Rimossa!) ma soprattutto i rientri in tangenziale dalla biblioteca di Lambrate dopo aver studiato con la Vale. Segni di un’epoca che non c’è mai stata e canzone più ascoltata alla mia finestra londinese, nonchè canzone cantata urlando in macchina di Killer un mese fa a quest’ora, quando ero happy I was going. Partiva, d’obbligo, telefonata allo Stivo, senonchè il mio numero UK mi tradiva e finivo il credito. Lui completava per sms la frase mancante: My mind, my my my mind……..

Seguiva Meds, altra canzone che, non so perchè, non ho mai amato molto (iniziavo ad ascoltare l’ album omonimo da Infra Red). Stessa cosa per Come Undone, alla quale avrei preferito l’ heart that hurts is a heart that works di Bright Lights, o almeno un Julien you’re a slow motion suicide, ma evidentemente c’era bisogno di una canzone lenta.

Per fortuna arrivava Special K senza esitations nè delays, e Song to Say Goodbye, preceduta però dalla precisazione di Brian: This is not a Goodbye.

Finta uscita d’ordinanza.  Rientro con flash verdi che facevano pensare ovviamente alla canzone che apriva il tour di Meds: Infra-Red. ‘Cause I can see in the dark.

E poi, mentre lo scontato finale sembrava The bitter end, arrivava invece in chiusura un’altra canzone che non ho mai amato molto, Taste in Men. E quindi poi, in fondo, invece che chiudere con Goodbye o Bitter End, chiudono dicendo Come back to me awhile.

Dunque, che dire: molto del nuovo album (giustamente, eppoi è bellissimo, anzi avrei gradito anche Breath Underwater magari). Mi spiace per i fans di Kings of Medicine, non credo che la facciano live. Stupid me to believe I that I could trust in stupid you. Ma tanto a me non fa impazzire. Delusione anche per chi si aspetta molte canzoni vecchie, ma secondo me quelle che fanno sono azzeccate. Bella scaletta, col cambio di batterista e col cambio di direzione dettato dal nuovo album, è giusto così.

Inutile dire che a questo punto amo ancora di più il nuovo album, che mi mette una grande gioia e carica ogni volta che lo ascolto. E’ l’ album che in totale risulta il mio più ascoltato. Ed è l’ album che mi ricorderà di Londra, inevitabilmente. E sì perchè ci sarà un giorno in cui tutto questo sarà un ricordo.

Se non si vede, amo questa band. C’è stato un momento, quando Hewitt se n’era andato, in cui avevo pensato che non avrebbero più fatto nulla. E invece.

Ho visto i Placebo in tre paesi diversi.

E li rivedrò in un futuro che adesso sembra lontano ma che arriverà presto, e farà sembrare lontano il concerto di questa settimana. Perchè, se ci pensate, è già un mese che io sono qui. E, mentre mi sembra di essere arrivata ieri e di sentirmi più italiana all’estero rispetto a quando sono in Italia, tutto quello che c’era prima mi sembra dieci anni fa.

Ma tra poco, aspetto visite, come back to haunt me, come what may.

Tornerò? A promise that I could not make… 

Cosa sto ascoltando adesso?

‘Cause every word from you is a lie…. my mind…

My, my my mind…

A che cosa sto pensando?

E’ stato bello.

E ho visto i Placebo prima di tutti quelli che dicevano i Placebo vengono in Italia (ma a Verona) pochi giorni dopo il tuo comple, ma tu non ci sei sei a Londra gnè gnè gnè.

Ho vinto io…

Stay Tuned